Autenticità e Psicosi:

Zapparoli e la Psicoanalisi Ontologica a confronto

Essere sé stessi tra esistenza, difesa e trasformazione terapeutica

Introduzione

Il concetto di autenticità attraversa il pensiero filosofico e psicologico del Novecento come una delle questioni più urgenti e, al tempo stesso, più sfuggenti. Che cosa significa essere autentici? È possibile, per un essere umano, vivere in piena aderenza a sé stesso? E cosa accade quando questa possibilità viene radicalmente compromessa — come avviene nella psicosi? Queste domande costituiscono il crocevia in cui il pensiero di Giovan Carlo Zapparoli e quello della cosiddetta psicoanalisi ontologica si incontrano, dialogano e, in certi punti, si integrano in modo fecondo.

Zapparoli ha affrontato il tema dell’autenticità in modo non sistematico ma profondamente coerente, disseminato attraverso diversi lavori clinici e teorici. La sua riflessione si innerva nella pratica con i pazienti psicotici, dove la questione del sé — della sua coerenza, della sua capacità di riconoscersi e di essere riconosciuto — si pone con un’urgenza e una crudezza che nessun’altra condizione clinica uguaglia. Parallelamente, la psicoanalisi ontologica — nelle sue diverse declinazioni, da Cargnello a Binswanger, passando per Heidegger e la Daseinsanalyse — ha elaborato una riflessione sistematica sull’autenticità come categoria esistenziale fondamentale, capace di illuminare tanto la condizione umana normale quanto le sue forme più radicalmente perturbate.

Questo articolo si propone di mettere in dialogo queste due tradizioni, evidenziandone le convergenze teoriche e le implicazioni cliniche. Il punto d’incontro non è meramente accademico: è una questione di cosa significhi, in ultima istanza, fare terapia con chi ha perso — o non ha mai pienamente trovato — il filo di sé stesso.

L’Autenticità nel Pensiero di Zapparoli

Il sé come progetto fragile

Zapparoli non usa il termine autenticità con la precisione terminologica di un filosofo. Lo adopera, piuttosto, come clinico: descrive stati, dinamiche, movimenti del sé. Ma ciò che egli intende per salute psichica — e per obiettivo della terapia — ha tutto il sapore di ciò che la tradizione fenomenologica chiama vita autentica. Per Zapparoli, il paziente psicotico è qualcuno che non riesce ad abitare la propria vita, qualcuno la cui esistenza si svolge in una distanza permanente da sé stessa.

Questa distanza non è voluta; non è nemmeno, nella maggior parte dei casi, chiaramente percepita dal soggetto. È piuttosto una condizione strutturale: il sé si è organizzato attorno a un nucleo segreto, protetto da strati di difese che ne garantiscono la sopravvivenza ma ne impediscono l’espressione. Il “segreto” — concetto centrale in “La psicosi e il segreto” (1987) — è quella parte di sé che il paziente psicotico custodisce gelosamente, sottraendola al contatto con il mondo, convinto — a torto o a ragione — che la sua sopravvivenza dipenda da questa sottrazione.

L’autenticità, in questa prospettiva, non è un dato originario da recuperare, ma un traguardo da costruire: un modo di stare nel mondo in cui il soggetto possa progressivamente riconoscersi in ciò che pensa, sente e fa, senza che questa trasparenza a sé stesso produca angoscia catastrofica. È un’autenticità sempre parziale, sempre in divenire, sempre vulnerabile — ma non per questo meno reale o meno preziosa.

Il falso sé come sopravvivenza

Un elemento cruciale nel pensiero zapparoliano è il riconoscimento che le difese del paziente psicotico — incluse quelle che producono comportamenti bizzarri, ritiro, incoerenza — hanno una funzione protettiva originaria. Non sono errori, non sono pura patologia: sono risposte creative a situazioni che il soggetto ha vissuto come minaccianti la propria integrità. In questo senso, Zapparoli si avvicina alla lezione winnicottiana sul falso sé: quella struttura psichica che si sviluppa in risposta a un ambiente inadeguato e che, pur consentendo la sopravvivenza, impedisce l’espressione del sé vero.

Il falso sé winnicottiano non è menzogna deliberata: è adattamento. È il risultato di un lungo processo in cui il soggetto ha imparato a dare al mondo ciò che il mondo sembrava richiedere, rinunciando progressivamente a ciò che sentiva come autenticamente proprio. Nella psicosi grave, questo processo può aver raggiunto un punto di saturazione: il falso sé ha preso il sopravvento a tal punto da rendere il vero sé quasi inaccessibile, non solo agli altri, ma al soggetto stesso.

Zapparoli comprende questa dinamica con grande precisione clinica. Il lavoro terapeutico non può essere, dunque, semplicemente il tentativo di smantellare le difese: sarebbe un atto violento, e potenzialmente catastrofico. Deve invece procedere con estrema cautela, creando gradualmente le condizioni affinché il sé autentico possa affacciarsi senza sentirsi in pericolo.

L’Autenticità nella Psicoanalisi Ontologica

Heidegger e l’Eigentlichkeit

Il termine autenticità — Eigentlichkeit in tedesco, letteralmente “essere-proprio”, appartenenza a sé — è introdotto nel vocabolario filosofico del Novecento da Martin Heidegger in “Essere e Tempo” (1927). Per Heidegger, l’esistenza umana è strutturalmente esposta alla possibilità di essere vissuta in modo inautentico: il Dasein (l’esserci, l’essere-nel-mondo umano) tende a perdersi nel “Si” (das Man), quella dimensione anonima e impersonale in cui si pensa come si pensa, si fa come si fa, si vive come “tutti” vivono, senza mai appropriarsi davvero della propria esistenza.

L’autenticità, per Heidegger, non è uno stato raggiungibile una volta per tutte: è una possibilità che il Dasein può scegliere o evitare, in una tensione costante. Essa passa attraverso il riconoscimento della propria finitezza — in particolare attraverso l’essere-per-la-morte — e l’assunzione della propria “gettatezza”: il fatto di trovarsi nel mondo senza averlo scelto, con una certa storia, un certo corpo, certe possibilità e certi limiti. Autenticità non significa libertà assoluta, ma la capacità di vivere a partire da ciò che si è, senza fuggire in fantasie compensatorie o nella conformità anonima.

Questa riflessione ha una risonanza immediata con la clinica: l’inauthenticità heideggeriana non è patologia in senso psichiatrico, ma descrive una modalità di esistenza che può essere più o meno vicina alla sofferenza psicologica. Laddove la fuga da sé diventa strutturale e rigida, laddove il “Si” inghiotte completamente il sé singolare, ci avviciniamo alle forme di sofferenza che la clinica conosce bene.

La Daseinsanalyse: Binswanger e Cargnello

Ludwig Binswanger, fondatore della Daseinsanalyse, ha compiuto il passo di applicare le categorie heideggeriane alla comprensione delle psicopatologie. Nel suo approccio, la psicosi — in particolare la schizofrenia — viene letta come una modificazione radicale della struttura esistenziale del paziente: una trasformazione del modo in cui egli abita il mondo, vive il tempo, sperimenta il proprio corpo, si relaziona agli altri.

L’autenticità, per Binswanger, non è una categoria normativa imposta dall’esterno, ma un orizzonte che emerge dall’analisi della struttura esistenziale di ciascun soggetto. Comprendere un paziente psicotico significa comprendere il suo mondo — le categorie implicite con cui organizza l’esperienza — e individuare, in quel mondo, i punti in cui l’esistenza si è irrigidita, ha perso flessibilità, ha smesso di potersi aprire alle possibilità.

Danilo Cargnello, figura centrale della Daseinsanalyse italiana e interlocutore di Zapparoli, ha sviluppato questa prospettiva con particolare attenzione alla dimensione interpersonale e alla relazione terapeutica. Per Cargnello, la terapia è un incontro tra due esistenze — quella del paziente e quella del terapeuta — in cui entrambe possono essere trasformate. L’autenticità del terapeuta non è una questione secondaria: è condizione necessaria affinché il paziente possa, a sua volta, avvicinarsi alla propria.

L’influenza di Boss e la corporeità

Medard Boss, allievo diretto di Heidegger e fondatore di una propria corrente della Daseinsanalyse, ha dato un contributo importante alla questione dell’autenticità introducendo la dimensione della corporeità. Per Boss, il corpo non è un oggetto che il soggetto possiede, ma la modalità stessa dell’essere-nel-mondo: essere corporei significa essere aperti al mondo in un modo specifico, con specifiche possibilità e specifiche vulnerabilità.

Nella psicosi, questa apertura corporea al mondo è profondamente alterata: il paziente psicotico vive spesso una modificazione radicale della propria esperienza corporea — distorsioni dello schema corporeo, vissuti di depersonalizzazione, alterazioni della pelle come confine tra sé e mondo. Queste modificazioni non sono epifenomeni: sono manifestazioni di una trasformazione della struttura stessa dell’esistenza. Comprenderle in termini fenomenologici, piuttosto che ridurle a sintomi neurobiologici, è un atto clinico e insieme etico.

Il Dialogo tra Zapparoli e la Psicoanalisi Ontologica

Convergenze: il sé come possibilità

Il punto di convergenza più profondo tra Zapparoli e la tradizione ontologica risiede nel modo in cui entrambi concepiscono il sé: non come sostanza fissa, non come essenza pre-data da recuperare, ma come possibilità da realizzare — sempre parzialmente, sempre in relazione, sempre esposta al rischio del fallimento. Questa visione dinamica e processuale del sé è radicalmente diversa da quella di certe tradizioni psicopatologiche che tendono a concepire la patologia come deviazione da una norma e la guarigione come ritorno ad essa.

Per Zapparoli, come per Binswanger e Cargnello, il paziente psicotico non è semplicemente qualcuno che ha perso la strada: è qualcuno che ha costruito un modo di essere — per quanto doloroso e limitante — in risposta a condizioni di vita particolari. La terapia non ha il compito di cancellare questo modo di essere, ma di aprire nuove possibilità, di ampliare lo spazio entro cui il soggetto può muoversi, di rendere meno catastrofico il rischio dell’incontro con sé stesso e con l’altro.

Il segreto e la cura di sé

Un punto di dialogo particolarmente fecondo riguarda il concetto zapparoliano di “segreto” e il tema heideggeriano dell’appropriazione di sé. Il segreto, per Zapparoli, è quella parte del sé che il paziente psicotico ha dovuto nascondere — a volte sin dall’infanzia — per sopravvivere in un ambiente che quella parte non poteva tollerare. È un segreto che protegge, ma che isola; che preserva, ma che impedisce la crescita.

Nella prospettiva heideggeriana, si potrebbe leggere il segreto come una forma estrema di fuga dall’autenticità: il soggetto non solo si perde nel “Si”, ma costruisce attivamente uno spazio di invisibilità in cui il sé più autentico è custodito e al tempo stesso soffocato. La terapia diventa allora un lento, paziente lavoro di creazione delle condizioni affinché questo segreto possa essere rivelato — non strappato, non forzato, ma lasciato emergere quando il soggetto sente che l’ambiente terapeutico è sufficientemente sicuro da poterlo contenere.

In questo senso, l’autenticità non è mai una conquista individuale e solitaria: è sempre una possibilità interpersonale. Si diventa autentici nell’incontro — nella misura in cui l’altro ci incontra davvero, ci riconosce nella nostra singolarità, ci offre uno specchio che non distorce. Questo è il cuore della terapia, tanto per Zapparoli quanto per la Daseinsanalyse.

Divergenze: struttura versus esistenza

Nonostante le convergenze, esistono anche tensioni teoriche significative tra l’approccio zapparoliano e quello ontologico. Zapparoli resta fondamentalmente un clinico di formazione psicoanalitica: il suo pensiero è radicato nella teoria pulsionale, nel transfert, nei meccanismi di difesa. La sua lettura della psicosi, per quanto aperta a dimensioni esistenziali, mantiene un’attenzione costante alla struttura psichica intesa in senso freudiano e post-freudiano.

La psicoanalisi ontologica, al contrario, tende a sospendere le categorie strutturali della psicoanalisi classica per privilegiare una comprensione fenomenologica dell’esistenza del paziente. Non si tratta di capire quali meccanismi di difesa utilizza, ma di comprendere come abita il mondo, come vive il tempo, come si rapporta agli altri. Questa differenza di fuoco non è irrilevante: produce descrizioni diverse, domande diverse, e talvolta interventi diversi.

Il punto di frizione più evidente riguarda forse il ruolo del passato. Zapparoli, come ogni psicoanalista, attribuisce grande importanza alla storia del soggetto — alle esperienze precoci, ai traumi, alle relazioni oggettuali originarie. La Daseinsanalyse tende invece a privilegiare il presente dell’esistenza, il modo in cui il soggetto si pro-getta verso le sue possibilità future. Non si tratta di posizioni incompatibili, ma di enfasi diverse che producono prospettive complementari, ciascuna capace di illuminare zone che l’altra lascia in ombra.

Implicazioni Cliniche: verso una Terapia dell’Autenticità

La presenza autentica del terapeuta

Uno degli aspetti su cui Zapparoli e la psicoanalisi ontologica convergono con maggiore forza riguarda il ruolo del terapeuta. In entrambe le prospettive, il clinico non è semplicemente un tecnico che applica procedure: è una presenza — una presenza che deve saper essere autentica, capace di incontro reale, disposta a lasciarsi toccare dall’esperienza del paziente senza per questo perdersi in essa.

Zapparoli, in linea con Searles e con la tradizione interpersonale, ha sempre sottolineato l’importanza del controtransfert come strumento di conoscenza del paziente. Ciò che il terapeuta prova in seduta — angoscia, noia, tenerezza, irritazione — non è rumore di fondo da eliminare, ma segnale da comprendere. Questo richiede una capacità di presenza a sé stessi che è, in senso pieno, autenticità: la capacità di riconoscere i propri stati interni, di non negarli, di usarli al servizio della comprensione.

La Daseinsanalyse, da parte sua, ha tematizzato esplicitamente questa dimensione attraverso il concetto di “incontro” (Begegnung): la terapia è possibile solo laddove c’è un vero incontro tra due esistenze, non una relazione tecnica tra un esperto e un oggetto di cura. Cargnello, in particolare, ha insistito sulla necessità che il terapeuta sia disposto a mettere in gioco la propria esistenza — non in modo confusionale o fusionale, ma in modo autentico, nel senso di un’apertura genuina all’altro.

Il tempo come orizzonte dell’autenticità

Un tema che attraversa sia il pensiero di Zapparoli che quello della psicoanalisi ontologica è la relazione tra autenticità e temporalità. Il paziente psicotico vive spesso una modificazione radicale del tempo: il passato può essere assente o soverchiante, il futuro può sembrare inesistente o catastrofico, il presente può essere vissuto come sospensione indefinita. Questa alterazione della temporalità è, al tempo stesso, causa ed effetto di una difficoltà nell’essere autentici.

Heidegger ha mostrato come l’autenticità sia strettamente legata alla capacità di vivere il proprio tempo in modo integrato: appropriandosi del proprio passato (“risoluzione” come assunzione della propria storia), aprendosi al futuro (progettazione), abitando pienamente il presente (l’istante come luogo dell’autenticità). Nella psicosi, questa integrazione temporale è profondamente compromessa: il soggetto è spesso intrappolato in un passato che non riesce a elaborare o proiettato in un futuro che non riesce a immaginare come proprio.

Il lavoro terapeutico, in questa prospettiva, è anche un lavoro sulla temporalità: aiutare il paziente a recuperare una relazione più flessibile con il proprio tempo, a potersi pro-gettare verso un futuro che senta come possibile e come suo. È, in ultima istanza, un lavoro sull’autenticità come modo di abitare il tempo.

Verso un’autenticità possibile

Sia Zapparoli che la psicoanalisi ontologica condividono un realismo terapeutico che non va confuso con il pessimismo. Non si tratta di affermare che l’autenticità piena sia irraggiungibile per il paziente psicotico — affermazione che sarebbe, oltre che clinicamente infondata, eticamente pericolosa —, ma di riconoscere che il cammino verso l’autenticità è sempre parziale, mai lineare, sempre a rischio di regressione.

L’obiettivo terapeutico non è produrre un paziente completamente trasparente a sé stesso, privo di difese, esposto senza protezione alla pienezza dell’esperienza. Sarebbe un obiettivo irrealistico e, in un certo senso, inumano: tutti gli esseri umani hanno bisogno di difese, di zone d’ombra, di segreti. L’obiettivo è piuttosto la costruzione di un sé sufficientemente coeso, sufficientemente capace di riconoscersi, sufficientemente flessibile da poter scegliere — almeno in parte — come stare nel mondo.

In questo senso, il lavoro terapeutico con i pazienti psicotici è un lavoro di costruzione — non di ricostruzione, perché spesso non c’è una struttura precedente a cui tornare — di un’autenticità possibile: imperfetta, parziale, faticosamente acquisita, ma reale. E forse più preziosa proprio per questo: perché non è un dato, ma una conquista.

Conclusioni

Il dialogo tra il pensiero di Zapparoli e la psicoanalisi ontologica rivela una convergenza profonda attorno a una questione fondamentale: la possibilità — e la necessità — di prendere sul serio l’autenticità come categoria clinica, non solo come concetto filosofico. Entrambe le tradizioni riconoscono che la sofferenza psichica — e in particolare la psicosi — non è semplicemente un malfunzionamento di meccanismi psicologici, ma una modificazione radicale del rapporto del soggetto con sé stesso, con gli altri e con il mondo.

Zapparoli ci offre gli strumenti clinici: la comprensione del segreto, la gestione del controtransfert, la tolleranza del vuoto, la distinzione tra difese necessarie e difese invalidanti. La psicoanalisi ontologica ci offre il quadro concettuale: l’autenticità come possibilità esistenziale, il sé come progetto, la terapia come incontro tra due esistenze. Insieme, queste prospettive delineano un approccio alla cura del paziente psicotico che è insieme rigoroso e profondamente umano.

Ciò che rimane, come sfida aperta, è la traduzione di questo dialogo teorico in pratiche cliniche concrete e verificabili. Il rischio di ogni approccio fenomenologico-esistenziale è la deriva verso l’indeterminatezza: verso una comprensione che illumina ma non orienta, che vede ma non trasforma. Il merito di Zapparoli è di aver tenuto sempre i piedi nella clinica, di aver lasciato che i pazienti — con la loro sofferenza reale, con i loro progressi faticosi, con i loro silenzi pesanti — orientassero e correggessero la teoria. È, anche questo, una forma di autenticità.

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